Trench Art

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Trench Art2018-12-09T14:41:04+00:00

L’arte di trincea o Trench Art è un concetto relativamente recente che affonda letteralmente le proprie radici nel fango delle linee del fronte bellico tra conflitti della prima e seconda guerra mondiale, evolvendosi poi sino ai giorni nostri.
Riguarda prettamente tutto ciò che in maniera creativa veniva realizzato manualmente dai soldati al fronte per eludere il tedio snervante delle attese interminabili tra un attacco e l’altro; per distrarsi dell’orrore quotidiano della guerra, per contrappore l’ultimo impulso creativo individuale e personale a tutto ciò che riguarderebbe un contesto altrimenti distruttivo e di totale annientamento emotivo oltre che fisico.
Vivendo queste situazioni estreme, nuove, e trovandosi giorno per giorno dinanzi all’imminente e casuale possibilità di perdere la propria vita, chiunque cercava di non farsi schiacciare dalla crudeltà della morte al di fuori della trincea. Quella cicatrice di fango e grovigli di filo spinato che lacera i margini di un universo irreale conosciuto come la “terra di nessuno”; ed al suo interno, quel ritaglio di cielo recintato da sacchetti di sabbia che trattengono uomini come reliquie di esistenze sacrificabili.
Trench Art vuol dire distrazione, evasione mentale, una forma di arte incentrata sul concetto di “qui e adesso”. Nessuno sapeva se e quando sarebbe giunto il momento di obbedire ad un ordine di assalto al nemico, ne se e quando una bomba nemica sarebbe piombata a stroncare vite in una buca piena di uomini terrorizzati ma comunque consapevoli della loro vulnerabilità. Una forma di diserzione intima e personale fatta di simboli carichi significato celelebrativi o di ribellione.
Eppure, nella consapevolezza dell’arrivo di un fischio che ordinava di uscire oltre il limite della trincea o di un altro fischio che anticipava la detonazione di un ordigno nemico, gli uomini hanno sempre cercato di convogliare le proprie pulsioni creative con qualsiasi mezzo o supporto utile alla loro bisogna pur di non pensare alla cruda realtà.
Si decoranvano le “tane” per rendere umano e vivibile un buco nella terra altrimenti freddo e inospitale in cui essere costretti a vivere fino ad ordine contrario. I soldati portavano con se libri, foto, diari, album di disegni e attrezzi da pittura; tutto ciò che gli impedisse semplicemente di impazzire in un simile contesto di orrore.

Talvolta i soldati lavoravano in modo artistico oggetti riciclati dagli scarti o dai rottami rinvenuti sul campo fino a creare piccole opere d’arte, soprammobili, souvenir da portare ai propri cari. Un motivo di speranza a cui aggrapparsi con tutte le forze per non sprofondare.
Lavoravano i bossoli scarichi d’artiglieria per ottenerne posaceneri, vasi, brocche istoriate, portaombrelli o comuni utensili di uso civile.
Oggetti commemorativi come gavette da campo lavorate al bulino e recanti iscrizioni testuali di canzoni, nomi di uomini, date e luoghi di campagne combattute. Tali oggetti divenivano totem rituali, talismani personali che esorcizzavano la paura, la forma creativa contrapposta alla distruttività pura e più incriminata.
Il corpo di questi uomini non faceva eccezione, la pelle diveniva tela su cui dipingere in modo indelebile le proprie emozioni del momento vissuto ancor prima che il fato improma il suo di marchio attraverso la violenza della dinamica balistica. Non importava che di li a poco quello stesso corpo decorato con ritratti di mogli, amanti, fidanzate, figli, fregi reggimentali, date di campagne, motti militari venisse dilaniato dalle schegge di granate, sfregiato da fiamme o pallottole, vilipeso dai ratti e imputridito dalle intemperie, abbandonato nella terra di nessuno. Il solo atto creativo o artistico dava nuovo alito vitale a chi andava a crepare. A chi era così fortunato da riuscire a tornare forniva un altro piccolo ritaglio di se stessi fino al prossimo fischio, allontanava stringendo per sempre a se i ricordi più atroci.
Anche se con mezzi primitivi e rudimentali si estese la pratica della dermografia in trincea, una tendenza molto introspettiva e non ancora troppo raffinata che permetteva al soldato di poter portare con se per sempre il proprio amore per la vita; sublimando attraverso un ago e dell’inchiostro l’urlo di una umanità gettata nel baratro oscuro di una guerra moderna, una tenerezza sconfinata che pur se fuori contesto in mezzo a tanto orrore risaltava al di sopra della pelle come una necessità un bisogno primario di legame con la vita terrena che senza preavviso ne pietà andava scomparendo.
Con l’arrivo delle guerre moderne si resero obsolete le pitture corporee e marchi tribali, sostituiti da più o meno elegante uniformi con gli stessi colori per distinguersi dai nemici e ricoboscersi fra amici. Quei simboli, elementi grafici e decorativi vennero paradossalmente soppiantati dal tessuto, dai gradi, dalle mostrine. Eppure il tatuaggio nacque anche in funzione di antichi scontri tra tribù rivali e per secoli venne messo da parte in nome della disciplina militare e talvolta delle direttive imposte alle truppe dagli stati maggiori oltre che dal bigottismo delle classe dirigente che gestiva e imponeva il modus belli.
Tuttavia, nell’uniformità di un esercito, da sempre ogni singolo uomo che lo ha composto ha portato con se una coscienza personale, un’identità individuale, un amore che non muore con il corpo ma che vuole vivere incurante di ciò che avrebbe potuto accadere in un conflitto moderno tanto atroce e letale.
In certi casi la decorazione corporea in trincea nasce dal fatto che molti dei coscritti obbligatori nei gradi più bassi della truppa provenivano dagli strati più bassi anche della società al di fuori del contesto bellico o più comunemente di stampo criminale (con una simbologia evolutasi in maniera autonoma e precedente che meriterebbe maggiore approfondimento anche dei contesti sociologici nel tempo e nei luoghi più lontani) che contaminò l’iconografia stilistica di trincea.
In altri casi il decorare il proprio corpo con tatuaggi nasce propriamente dalla voglia di irriverenza o ribellione al potere militarista. Tatuandosi i soldati potevano anche incorrere in sanzioni punitive fisiche o detentive eppure nemneno tali deterrenti scoraggiarono tali pratiche che per assurdo segnalarono un netto incremento.

Ben presto anche parte degli ufficiali (soprattutto inglesi ed americani) iniziarono ad abbracciare la body art ipmrimendo in modo permanente la propria simbologia sulla loro pelle, sdoganando il concetto e amnettendo implicitamente (in primis a se stessi poi fino poiai livelli più elevati della via gerarchica) l’impossibilità di opporsi e contrastare una tendenza artistica tanto bradicata nell’animo umano ed in fondo totalmente innocua.
Così come George Grosz autodefinisce i propri schizzi e bozzetti giovanili “il folklore del cesso” avendo attinto dall’iconografia popolare e talvolta puerile e oscena delle latrine di caserma durante la sua ferma di leva, così altri artisti coevi di altre nazionalità nacquero nel contesto bellico o vi si rifinirono, trassero nuovi spiunti per definire la propria identità artistica.
Volendo analizzare il concetto di Trench Art bisogna fare una distinzione basilare di genere: valutare l’evoluzione di artisti che videro i natali della propria formazione in trincea e che poi ebbero consecutiva evoluzione stilistica nel primo dopoguerra e, dall’altra parte, analizzando quegli artisti che hanno portato il loro stile in trincea già evoluto ed hanno abbracciato il tatuaggio come nuova tecnica artistica.
Senza contare tutti quegli artisti che pur essendo nati come tatuatori in trincea o prima, non hanno avuto la fortuna di poter evolvere la propria arte perché caduti sil campo o, cosa ancor più atroce e beffarda, tornati a casa in preda a disturbi psichici post traumatici o mutilati.
Va tra l’altro ricordato che a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale, nel panorama artistico europeo, assistiamo alla nascita e sviluppo di decine di nuove correnti artistiche come il Surrealismo, il Dadaismo, Cubismo, Futurismo, Raggismo ecc. Quindi è più che legittimo presumere che artisti anche di minor nota abbiano potuto abbracciare la pratica del tatuaggio o della Trench Art in genere; come forma di sperimentazione o di ricerca nel percorso stilistico individuali. Andrebbe considerata anche solo l’influenza stilistica di una simile forma d’arte sugli artisti al fronte.
È quindi altrettanto presumibile che in un certo modo alcune di queste correnti artistiche si possano essere ispirate alla carica simbolica dei tatuaggi di trincea.
Dicevamo che il tatuaggio attestava nella maggioranza dei casi un passato criminale; tralasciando anche il discorso sulla tematica di sfondo ai tatuaggi marnari che meriterebbe un ben più approfondito discorso, abbiamo comunque appena citato due contesti sociali che hanno in comune una lunga convivenza forzata di individui di sesso maschile che nel tempo libero hanno convogliato la loro creatività in un modo totalmente personale perpetrando un’arte antichissima ma contestualizzandola alla loro condizione.
La trincea non fa eccezione, è un altro contesto analogo ai due testé citati in cui molti uomini sono costretti a condividere in questo caso lo stesso dramma, sublimando la paura in arte quasi in maniera alchemica ma al contempo anche brutalmente terrena come il dolore.
Volenti o nolenti i reduci e i veterani della prima guerra mondiale portarono con se dai teatri bellici tatuaggi emotivi ben più indelebili e atroci di quelli impressi sulla pelle con l’inchiostro; tuttavia le loro storie sulla pelle facevano cornice ai racconti di gesta eroiche e terribili, eventi narrati ai nipotini, ai figli o ad amici. O gli stessi tatuaggi fornivano spunto di argomento o stimolo curioso riguardo i fatti che a suo tempo lo ispirarono.
A volte venne usato come modo per identificarsi con i simili o i propri sodali di una cerchia ristretta di membri quindi si cominciarono a fondersi simboli massonici con simboli militari o araldici adottati dagli ufficiali a rimarcare una sottostruttura latente e parallela a dottrine occulte più o meno note benché sempre celate dalla segretezza.
La struttura gerarchica militare dell’epoca in questione, fortemente classista, citrapponeva i sottufficiali, i graduati di truppa e i soldati semplici di bassa estrazione sicio-culturale ad un universo parallelo costituito dagli ufficiali che, provenendo dall’alta aristocrazia o dalla borghesia aventi un maggior e ben più radicato legame con l’etichetta l’attitudine alla disciplina del comando militare. Dalla truppa e dai sottufficiali ci si aspetterebbe una maggiore vicinanza al tatuaggio ma paradossalmente è proprio dagli ufficiali che si può denotate un incremento nella pratica. Da questi infatti non ci se lo aspetterebbe in quanto maggiormente legati alla sacralità della persona e alla continua difesa del proprio onore e rispettabilità.
Molti sovrani mondiali erano tatuati, in in epoche e a latitudini diverse se pur sempre europee. Di conseguenza anche gli strati sociali sottostanti, o per emulazione o per devozione o per ragioni che non siamo tenuti ad approfondire, sudditi di epoche e latitudini diverse hanno seguito il monito dei propri sovrani. O più probabilmente non sapremo mai chi iniziò ad influenzare chi ma resta il fatto che il fenomeno spopolò tanto da rendersi necessario lo sviluppo di nuove tecnologie per l’esecuzione artistica oltre che nella metodica esecutiva precipua.
Alcuni artisti adottarono dermografi elettrici più rafginati seppur ancira agli albori, pezzi unici a volte plasmati e formati letteralmente in base all’ergonomia del tatuatore.
D’altronde va considerata quella minoranza di artisti che non indulsero nella tecnologia avanzata e rimasero fedeli al tatuaggio teadizionale con attrezzatura manuale.
Sempre in Germania a cavallo tra le due guerre andò generandosi una nuova corrente detta propriamente “Entartete Kunst” ovvero arte degenerata che affondava i suoi polastri nel raccogliere tutte quelle tentenze artistiche creative, pittoriche, scultoree prettamente irriverenti e sfacciate nell’esaltare gli aspetti più contraddittori e grotteschi della borghesia e suoi relativi retaggi culturali.
Con l’avvento de III reich il tatuaggio e la Trench Art presero un altro indirizzo, ben più istituzionale e macabro, da ghettizzare come minoranza degenerata non conforme alle nuove regole e valori imposti daloe ditrsture. Ragione per cui gli individui tatuati, salvo qualche eccezione, prettamente furono i membri dei reparti WaffenSS con il loro gruppo sanguigno marchiato sotto una delle ascelle assieme alle rune e più tristemente gli internati dei lager di lavoro forzato e sterminio con la loro identità numerica impressa sgli avambracci.
D’altra pare, gli alleati (inglesi, russi, francesi ed americani) perpetrarono la body art con il tatuaggio in modo più spinto e meglio definito ma l’arte decorativa prese altre strade.
Assistiamo allo sviluppo della “Nose Art” (arte dei musi) consisteva nella decorazione dei velivoli per la guerra psicologica. Sperimentata nella prima guerra mondiale, si estendeva a volte alla totale superficie di un singolo velivolo e lo cotraddistingueva in maniera unica pur appartenendo ad una specifica squadriglia. Venivano recati gli emblemi nobiliari di provenienza familiare dei piloti (aristocratici imprestati allo sforzo bellico).
Nella seconda guerra mondiale si proseguì la tradizione soltanto in maniera più discreta o più consona al mimetismo imposto dai comandi. Ci si limitò a decorare con pin-up e simboli di squadriglia gli aeroplani, talvolta le unità da caccia avevano il muso dei velivoli dipinto con figure aggressive di animali per impressionare il nemico.
Ecco, tutti questi soggetti, a prescindere dalla loro natura sono un esempio lampante di una profonda esigenza creativa da parte degli equipaggi, gli stessi equipaggi che attingevano a quei simboli familiari da riportare su pelle e sentirsi vicini ad altri con lo stesso simbolo che vissero le medesime tremende avcenture.
Un auspicio scaramantico ad un domani vivi e con una storia da raccontare.
Per giungere fino ai giorni in cui tutto si placò, lo scempio dei campi di battaglia era finito e i tatuatori fecero la loro fortuna celebrando la propria vittoria individuale contro l’orrore su clienti superstiti come loro del medesimo orrore che celebravano la vita. Persone che avevano patito l’orrore più atroce, magari per la seconda volta nella loro vita, si trovavano a rientrare nel mondo in pace, a reinserirsi nella società civile pur già segnati da ferite più o meno visibili subivano l’attrazione di tatuaggi che li aiutassero a non dimenticare.
Quell’orrore non sarebbe mai scomparso ed avrebbe tormentato il sonno di chi vi fu costretto ad assistervi e subirlo sulla viva pelle. Quindi la stessa pelle diviene il più consono luogo consacrato alla memoria di certe brutali esperienze. Il corpo come tabernacolo in cui ogni tatuaggio contempla una sorta di miracolo eucaristico, un tempio in cui consacrare se stessi ad ogni colpo di ago. L’inchiostro diventa collante vitale, tessuto cicatriziale pet piaghe profonde dell’animo più che del corpo; un legame sottile con il mondo terreno mediante la fantasia più sfrenata e intima.